Cultura di Jaraguá
Feste religiose portate dai portoghesi, folias, carnevale di strada e un folclore ricco di leggende raccontate di generazione in generazione.
Feste e tradizioni
La città ha innumerevoli feste. La Festa do Divino Espírito Santo (Festa dello Spirito Santo), che si celebra 49 giorni dopo la domenica di Pasqua, e le sue Cavalhadas furono portate dai portoghesi. Ispirate ai tornei equestri della Penisola Iberica e alle narrazioni di Carlo Magno e dei Dodici Paladini di Francia, le Cavalhadas mettono in scena la sfida tra cristiani e mori come un rito religioso e comunitario, mantenuto da poche città del Brasile. Approfondisci in Cavalhadas di Jaraguá.
La Festa do Peão (rodeo) fa parte delle celebrazioni per il compleanno di Jaraguá, nella settimana del 29 luglio. Il Carnevale di strada è una delle feste più vivaci della regione; ad aprire i festeggiamenti è il Bloco do Zé Pereira, in cui gli uomini si vestono da donna e viceversa. E non si può dimenticare la Folia de Reis, all’inizio di gennaio, che si svolge in vari punti del comune. Consulta il calendario completo delle feste.
Leggende di Jaraguá
La città ha varie leggende che fanno parte del folclore locale e sono state pubblicate in libri. Eccone tre, nello stesso tono con cui le racconta la gente del posto.
Teresa Bicuda
Nell’ambiente religioso e di estrema moralità dell’antica Vila de Jaraguá, Teresa Bicuda era un’aberrazione sociale. Miscredente, non metteva mai piede in chiesa. Quando era costretta a passare davanti a una, voltava la faccia e imprecava sottovoce. La strana sporgenza delle sue labbra malfatte le valse il soprannome di Teresa Bicuda ("Teresa la Beccuta"). Lavorava la domenica, perché la gente vedesse che non rispettava le tradizioni della Chiesa.
Era l’offesa alla coscienza delle vecchie beghine, che ogni giorno frequentavano le chiese e le cappelle di Jaraguá. Il terrore dei ragazzini sfaccendati. Gli uomini, che non la temevano, la disprezzavano.
Un giorno Teresa Bicuda morì. Neppure una lacrima spuntò da un occhio cristiano. Non meritava lacrime né pietà chi non aveva saputo vivere e non aveva chiamato il prete nel suo ultimo momento.
Era usanza coloniale seppellire i defunti all’interno delle chiese. A Jaraguá non c’erano ancora cimiteri. La cappellina del Rosário, situata ai piedi di una dolce collina, era sempre stata la custode dei corpi dei poveri, che non potevano permettersi il lusso di essere sepolti dentro la chiesa madre. Nella cappellina del Rosário fu dunque sepolta Teresa Bicuda, senza alcuna cerimonia.
Per tre notti di fila, allo scoccare della mezzanotte, la popolazione sentiva con paura le grida di Teresa Bicuda, che chiedeva di togliere il suo corpo dalla cappellina. Quello non era il suo posto nella morte, come non lo era stato in vita. Alla fine del terzo giorno, a mezzanotte in punto, Teresa Bicuda usciva dalla tomba e percorreva le strade silenziose del borgo, gridando disperata.
Il terrore gelava chi la sentiva. Da quella notte in poi, i nottambuli vedevano sempre comparire in fondo alla strada un’enorme figura bianca che correva, lasciando cadere dalle vesti sporche lingue di fuoco, che riempivano l’aria di uno sgradevole odore di zolfo. Dove passava restavano le tracce dei suoi peccati. L’erba bruciata si seccava. Gli animali avevano il pelo strinato.
La gente volle mettere fine al martirio che stava subendo. Gli uomini più coraggiosi del borgo riesumarono Teresa Bicuda e portarono il suo corpo sulla Serra de Jaraguá. Lì, in un luogo pietroso, lo gettarono. Un forte odore di zolfo riempiva l’aria. In quel punto non è mai più cresciuta una pianta, ma neppure Teresa Bicuda ha più terrorizzato con le sue grida la tranquilla popolazione di Jaraguá.
Fonte: Teixeira, José Aparecido. Folclore goiano: cancioneiro, lendas, superstições. 3ª ed. São Paulo: Companhia Editora Nacional; Brasília: INL, 1979, pp. 208-209 (Brasiliana, 306).
Il cavaliere della Rua das Flores
Il mio padrino, che si chiamava João, abitava con mia nonna, qui in Rua das Flores. Era stata lei a crescerlo. Quando diventò un giovanotto, volle andarsene da casa di mia nonna, perché voleva essere libero. I vecchi erano molto severi, non gli piaceva che restasse fuori fino a tardi.
Davanti alla casa di mia nonna c’era una casa infestata. Era di gente che abitava in campagna. Allora lui decise di prendere in affitto una stanza, una camera di quella casa, e cominciò a dormire lì. La gente continuava a dirgli: "Vedrai... Prima o poi in quella casa vedrai un fantasma." E lui rispondeva: "Non c’è niente. Io a queste cose non ci credo." "C’è un cavaliere che arriva e smonta lì davanti alla porta. Il cavallo ha pure i ferri e tutto. Vedrai che ti spaventerai." "Non ci credo, no. Sono tutte sciocchezze." E rimase in quella casa.
Finché un giorno, in Quaresima, racconta che tornò dalla strada, aprì la sala ed entrò nella sua camera. A quel tempo qui non c’era la luce elettrica. Accese una candela, la mise su una sedia accanto al letto e, siccome non aveva sonno, prese un romanzo da leggere. Faceva il maestro qui a Jaraguá. Era tutto preso dalla lettura, non pensava nemmeno ai fantasmi... Intanto arrivò il cavallo... pa... pa... pa... con i ferri. Salì sul marciapiede, batté sulla grossa pietra della porta, fece "plà". Allora sentì il cavaliere smontare, trascinando lo sperone. Era sicuro che la porta fosse chiusa a chiave, l’aveva appena chiusa. E il cavaliere continuava a trascinare lo sperone dentro casa. Pensò: "Adesso viene qui in camera mia". Aprì la finestra e corse a casa di mio padre, lì vicino, nella stessa Rua das Flores. Arrivò in mutande, chiamando mia madre e mio padre.
"Il cavaliere è là, zia. È entrato dentro casa. Non è arrivato a entrare in camera mia, ma l’ho sentito trascinare lo sperone. Ho sentito perfino il cavallo sbuffare alla porta! Ho sentito il ferro battere sulla pietra!" Mio padre e lui andarono a prendere il materasso: la porta era chiusa a chiave e la finestra aperta. Quel giorno dormì a casa di mio padre e non volle mai più passare la notte in quella casa. Tornò a casa di mio nonno e smise con tutte le baldorie che faceva.
Molta gente ha visto quel cavaliere smontare davanti a quella casa. Dicono che fosse il marito della donna che ci abitava, una che non era proprio una santa. Il marito viveva alla fazenda e veniva di notte a controllare se lei si comportava bene. Quando morì, continuò con quella storia, a fare il fantasma.
La processione dei morti
Qui a Jaraguá, nel Largo do Rosário, abitava una donna che stava sempre alla finestra a impicciarsi della vita degli altri. Sparlava di questo, di quello, delle ragazze, di tutto. Calava la sera e lei era ancora alla finestra. Veniva la notte, tutti andavano a dormire, e lei restava lì fino a mezzanotte.
Un giorno, si racconta, mentre era alla finestra, le passò proprio davanti una processione lunghissima. Lei guardava questo, guardava quello, ma non riconobbe nessuno. Allora dalla processione uscì una ragazza, si avvicinò alla finestra e disse: "Senta, signora, prenda queste candele. Voglio che me le tenga fino a domani e me le restituisca a quest’ora."
Lei prese le candele, intimorita. Finita la processione, andò a guardarle e vide che erano stinchi di morto: ossa di gambe di defunti. Si agitò così tanto che non riuscì a dormire tutta la notte, pensando che avrebbe dovuto restituire quelle ossa.
La notte seguente rimase alla finestra con le candele in mano. Quando arrivò la processione, la ragazza si avvicinò e disse: "Ascolti bene. Questa è una processione dei morti. Queste candele sono ossa di chi è già morto. Non stia più alla finestra a impicciarsi della vita degli altri, perché è una cosa bruttissima, è molto cattiva, è perfino peccato."
Patrimonio
La Chiesa del Rosário (1776), la Chiesa Madre di Nossa Senhora da Penha (prima cappella del 1748, ricostruita nel 1950), la Chiesa della Conceição (iniziata nel 1828), la Casa di Padre Silvestre e le case storiche del centro raccontano la storia materiale della città. Scoprili nel centro storico e nella storia di Jaraguá.
Aggiornato il 24 settembre 2026